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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO E DIVORZIO

I

La ratio dell’articolo 12-bis della legge sul divorzio

L’articolo 12-bis della legge sul divorzio (legge 1° dicembre 1970, n. 898) inserito dall’articolo 16 della legge 6 marzo 1987, n. 74, prevede che “il coniuge nei cui confronti è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’articolo 5, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza”. “Tale percentuale – chiarisce poi il secondo comma - è pari al quaranta per cento dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio”.

Mentre non sono comprensibili i motivi della fissazione al 40% della percentuale di trattamento di fine rapporto (e non ad altre percentuali), è condivisa l’opinione secondo cui il legislatore ha inserito questa disposizione a titolo di riconoscimento solidaristico all’ex coniuge di una entità economica maturata nel corso del rapporto di lavoro durante il matrimonio e che al coniuge percipiente viene corrisposta al termine dell’attività lavorativa.

Alla base della disposizione normativa si rinvengono sia profili assistenzialistici, evidenziati dal fatto che la disposizione stessa presuppone la spettanza dell’assegno divorzile, sia, soprattutto, criteri di carattere compensativo, rapportati al contributo personale ed economico dato dall’ex coniuge alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune. La finalità è quella di attuare una partecipazione, seppure posticipata, alle fortune economiche costruite insieme dai coniugi finché il matrimonio è durato. Invero, se l’indennità di fine rapporto di lavoro corrisponde ad una quota del trattamento economico maturata in costanza del matrimonio, è logico che il coniuge, il quale durante il matrimonio abbia contribuito alla formazione di tale trattamento, sia legittimato a fruirne per una quota parte.

Questi spunti ricostruttivi della ratio della norma compaiono in tutte le principali decisioni di legittimità in argomento (Cass. civ. Sez. VI - 1, 22 marzo 2018, n. 7239; Cass. Civ. Sez. VI, I, 22 maggio 2017, n. 12882; Cass. civ. Sez. VI - 1, 9 settembre 2016, n. 17883; Cass. civ. Sez. I, 7 marzo 2006, n. 4867; Cass. civ. Sez. I, 30 dicembre 2005, n. 28874; Cass. civ. Sez. I, 29 settembre 2005, n. 19046; Cass. civ. Sez. I, 10 gennaio 2005, n. 285; Cass., sez. I, 25 giugno 2003, n. 10075).

Poiché profili solidaristici sono anche presenti nel corso del matrimonio e nella vita da separati, ci si potrebbe legittimamente chiedere come mai il diritto ad una quota percentuale del trattamento di fine rapporto non sia stato previsto dal legislatore anche per il corso della vita matrimoniale e per il periodo della separazione. L’unica risposta ragionevole è che il legislatore ha voluto salvaguardare l’ex coniuge non percipiente nel momento di maggior disagio economico coincidente con la condizione di divorziato (collegando strettamente, appunto, il diritto alla quota di TFR al diritto all’assegno divorzile) mentre per la vita matrimoniale anche da separati già esistono nel diritto di famiglia forme di compartecipazione di un coniuge ai redditi dell’altro (il diritto all’assistenza materiale, i regimi patrimoniali, la comunione de residuo, l’assegno di separazione, la possibilità di richiedere la modifica delle condizioni economiche della separazione).

Gianfranco Dosi
Lessico di diritto di famiglia