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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
LEGGE 20 MAGGIO 2016, N. 76 - Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze

I

Matrimonio, unione civile, convivenza di fatto

Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze

Art. 1.

Con la legge 20 maggio 2016, n. 76 (Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze) – entrata in vigore il 5 giugno 2016 - l’Italia si è collocata nel perimetro degli ordinamenti che nel mondo prevedono una regolamentazione giuridica dei legami affettivi stabili eterosessuali ed omosessuali, adottando però un sistema in verità quasi unico costituito dalla compresenza nel diritto di famiglia di tre forme di regolamentazione giuridica della vita affettiva e stabile di coppia: a) il matrimonio (cui si accede con la celebrazione), b) l’unione civile tra persone dello stesso sesso (cui si accede con la registrazione presso gli uffici di stato civile); c) la convivenza di fatto (per il cui accertamento si fa riferimento alla iscrizione anagrafica).

Un sistema quindi a triplo binario che si diversifica da quello vigente in moltissimi altri Paesi, dove si sovrappongono solo i due istituti del matrimonio e delle unioni registrate (tra persone di sesso diverso o dello stesso sesso) ovvero dove oltre al matrimonio esistono solo le convivenze registrate tra persone dello stesso sesso. In moltissimi Paesi le persone dello stesso sesso possono accedere all’istituto del matrimonio acquisendo gli stessi diritti/doveri dei coniugi.

In altre parole la tendenza generale nel mondo è quella di un doppio binario in cui le coppie (eterosessuali o omosessuali) possono scegliere o di celebrare il matrimonio o di registrare la loro convivenza, accedendo in questo secondo caso, ad un sistema di tutela molto simile a quello matrimoniale. Peraltro, proprio questa tendenza, nella maggior parte dei Pesi occidentali, alla omogeneità della tutela legale tra matrimonio e convivenza registrata finisce per rendere incomprensibile la motivazione di chi registra una convivenza potendo semplicemente sposarsi. E, paradossalmente, finisce per rafforzare l’istituto del matrimonio nel quale, sempre in più Paesi, trovano rifugio le coppie omosessuali e alle cui garanzie, finiscono per avvicinarsi, anche coloro che non intendono sposarsi ma che registrano la loro convivenza eterosessuale.

Il nuovo sistema italiano a triplo binario si diversifica, quindi, da questo modello, pressoché ormai universale nel mondo occidentale, a doppio binario - fondato sull’unione registrata o sull’accesso diretto al matrimonio - che è il modello prevalente in tutta Europa (Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Spagna, Svezia) e in gran parte del resto del mondo occidentale (per esempio Stati Uniti, Canada, Messico, Argentina, Brasile) ma anche in altri Stati (Sud Africa, Nuova Zelanda). Non riconoscono le unioni registrate tra persone del medesimo sesso in Europa solo la Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia.

In quasi tutti i Paesi occidentali l’applicazione delle norme di tutela legale è riservata al matrimonio o alle convivenze registrate (tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso), mentre alle convivenze da fatto non iscritte negli appositi registri, non si applicano le norme di garanzia legale previste dalla legge.

Viceversa in Italia – ecco la variante specifica di cui si parlava all’inizio - con la nuova legge, il sistema è a triplo binario: matrimonio (tra persone di sesso diverso), unioni civili (tra persone del medesimo sesso), convivenze di fatto tutelate ex lege anche se per ipotesi non iscritte all’anagrafe (tra persone che sono in genere di sesso diverso ma che possono essere anche dello stesso sesso).

Quindi mentre nella maggioranza dei Paesi occidentali i conviventi possono scegliere di avere una tutela legale simile a quella matrimoniale (registrandosi) o di non averla (non registrandosi), in Italia l’iscrizione anagrafica delle convivenze (nelle schede anagrafiche personali e di famiglia che non è una registrazione di stato civile) assolve soltanto a funzioni di attestazione e di prova dell’inizio e della durata della convivenza, non essendo in facoltà dei conviventi derogare in peggio ai diritti e ai doveri stabiliti dalla nuova legge per tutte le convivenze di fatto.

Questo automatismo della tutela ha spinto alcuni primi commentatori a prospettare qualche dubbio di costituzionalità di un sistema normativo che non prevede l’accesso volontario e formale alla condizione di “convivenza di fatto”, ma che prevede, al contrario, diritti nei confronti di terzi e tra le parti (come quello, in caso di morte del proprietario, del diritto di abitazione del convivente superstite) nonché un dovere alimentare alla cessazione della convivenza, che nella famiglia fondata sul matrimonio o sull’unione civile sono assicurati – insieme ad altri diritti e numerosi altri doveri - dalla scelta di sposarsi o di registrare l’unione e che, invece, nella convivenza di fatto sono previsti per il mero fatto di convivere stabilmente.

Questi sospetti di incostituzionalità (che provengono da chi tenta di sminuire la portata di una legge di riforma molto significativa) non appaiono assolutamente fondati. Se è vero, infatti, che la famiglia di fatto si caratterizza per l’esistenza di legami affettivi di coppia e di doveri morali e sociali di reciproca assistenza morale e materiale, non può non derivarne la conseguenza che a quei legami e all’affidamento reciproco che essi inducono in ciascuno dei conviventi, deve corrispondere una tutela giuridica, che le parti lo vogliano o no. Se due persone decidono di metter su famiglia assumono reciprocamente doveri sociali di solidarietà (art. 2 Cost.) che non possono non avere come necessaria conseguenza la necessaria tutela giuridica delle situazioni più vulnerabili che ne possono scaturire.

Sul versante della tutela dei figli questi principi già da decenni hanno trasformato la responsabilità genitoriale in un concetto che non tollera alcuna limitazione per il fatto di estrinsecarsi in una famiglia fondata sul matrimonio anziché in una famiglia di fatto.

Una interpretazione evolutiva del diritto di famiglia quindi deve far considerare conforme alla Costituzione un modello di riconoscimento della convivenza stabile come formazione sociale alla quale assicurare in ogni caso, per il fatto di esistere, l’adempimento di quei doveri minimi di solidarietà cui si riferisce l’art. 2 della Costituzione, senza offrire a nessuno la scappatoia di convivenze di fatto in cui questi doveri potrebbero non essere assicurati. Non vi è spazio quindi per una tipologia di convivenza di fatto in cui tali doveri di solidarietà non fossero garantiti.

L’unica prospettiva accettabile per chi volesse tener fuori la solidarietà dai rapporti di famiglia è quella, di non coinvolgere un partner in una convivenza familiare. Il che comporta anche che la solidarietà familiare diventa un presupposto inevitabile della convivenza di fatto stabile – sul quale si innestano anche le obbligazioni giuridiche previste dalla nuova legge - con la conseguente nullità di qualsiasi patto con cui gli stessi conviventi intendessero escluderla.

La nuova legge si compone di un unico articolo in cui sono dislocate le disposizioni sulle unioni civili (commi 1 -35) e sulle convivenze di fatto (commi 36 – 65) nonché le norme finali di copertura finanziaria, di disciplina del monitoraggio e di attribuzioni di funzioni al Ministro dell’economia e delle finanze (commi 66 – 69).

Il testo del disegno di legge unificato che era stato portato in discussione in Senato (S.2081-bis) prevedeva un’articolazione in due capi: il capo I (delle unioni civili) e un capo II (della disciplina della convivenza). Il testo è stato poi rimodellato con un maxiemendamento del Governo in un unico articolo con 69 commi e approvato dal Senato in prima lettura il 26 febbraio 2016 e dalla Camera dei deputati l’11 maggio 2016.

La prima parte (commi 1 – 35) è, come detto, dedicata alle unioni civili tra persone dello stesso sesso che sono disciplinate in modo pressoché simmetrico a quanto previsto nell’ordinamento vigente per le coppie coniugate, ma con una attenzione particolare – nel rispetto della tradizione giuridica del nostro Paese e dei limiti della nostra costituzione - rivolta ad evitare con scrupolo la mera sovrapposizione dell’unione civile al matrimonio. La scelta del legislatore è stata quella, quindi, di non prevedere direttamente, come avviene in quasi tutti i principali Paesi occidentali, la possibilità del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La seconda parte (commi 36 - 65) è dedicata alla disciplina giuridica della convivenza di fatto tra persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile.

La nuova legge naturalmente – nella parte in cui disciplina la convivenza di fatto - non è l’unica cornice di riferimento dello statuto giuridico della convivenza stabile. Lo statuto giuridico è oggi allargato dalla nuova legge; non definito per la prima volta. I diritti e i doveri nell’ambito della convivenza di fatto vengono ampliati dalla nuova legge rispetto a tutte le garanzie già riconosciute oggi dalla legislazione già introdotta nel corso degli anni e dalla giurisprudenza.

È necessario essere chiari su un punto decisivo: la nuova legge non trasforma l’obbligazione naturale di solidarietà reciproca in obbligazioni giuridiche. Riconosce, però, specifici diritti di natura personale (commi 37 – 49), anche in alcuni casi attraverso un meccanismo di equiparazione ai diritti assicurati dal matrimonio. Inoltre disciplina per la prima volta, sul presupposto della piena autonomia contrattuale tra conviventi di fatto, una ampia negozialità patrimoniale (commi 50 – 65) nel corso della convivenza (sostanzialmente l’area di contratti di convivenza a cui si riferiscono i commi dal 50 al 64) ed introduce un inedito dovere di natura alimentare al momento della cessazione della vita in comune (i diritti alimentari cui si riferisce il comma 65).

L’ultima parte della legge (commi 66 – 69) si occupa soprattutto della copertura finanziaria relativamente agli oneri di carattere fiscale (es. detrazioni fiscali), previdenziale (per es. pensione di reversibilità) e assistenziale (per es. l’assegno per il nucleo familiare) determinati dalla individuazione per le unioni civili di diritti simmetrici a quelli previsti per le coppie unite in matrimonio. Sono anche previsti obblighi di monitoraggio e specifiche attribuzioni per il Ministro dell’economia e delle finanze.

Gianfranco Dosi
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