Tutte le sentenze
All'interno dell'indice troverai tutti i dettagli riguardanti le sentenze integrali pubblicate su Lessico di diritto di famiglia.
Violenza sessuale (minori)
V
L'omesso esame della capacità a testimoniare del minore/persona offesa non rende, di per sé, inattendibile la dichiarazione resa
Cass. pen. Sez. III, 25 febbraio 2019, n. 8069

La mancanza di un accertamento sulla capacità a testimoniare non rende, di per sé, inattendibile la dichiarazione e, quindi, meno affidabile il risultato della prova orale (argumentaart. 196 c.p.p., comma 2) perché esso non costituisce un presupposto indispensabile per la valutazione di attendibilità, posto che (argumentaart. 196 c.p.p., comma 3) il risultato dell'accertamento della capacità a testimoniare non preclude, in nessun caso, l'assunzione della testimonianza e ciò vuol dire che è solo dall'esame testimoniale che si può desumere l'attendibilità del dichiarante, con la conseguenza che anche quando l'accertamento manchi la verità del fatto da provare dipende esclusivamente dalla valutazione della testimonianza.


Mentre la capacità a testimoniare implica indagini che vanno devolute a persone esperte nella verifica relativa all'accertamento dell'idoneità fisica o mentale della persona a rendere testimonianza (idoneità cioè a recepire le informazioni, a raccordarle con altre, a ricordarle e ad esprimerle in una visione complessa in modo che siano forniti al giudice i dati inerenti al grado di maturità psichica del dichiarante), l'attendibilità o meno delle dichiarazioni, oggetto della prova orale, è esclusivo compito del giudice.


Ogni persona ha la capacità a testimoniare, conseguendo da ciò che il principio vale anche per le persone minorenni e persino per iminori in tenera età per i quali la giurisprudenza di legittimità - proprio sul rilievo che la minore età di un teste non incide sulla sua capacità a testimoniare, che è disciplinata dalla disposizione contenutanell'art. 196 c.p.p., bensì sulla valutazione della testimonianza e quindi sulla sua attendibilità - ha sottolineato che, se è vero che nel sistema normativo non esistono preclusioni o limiti alla capacità del minore a rendere testimonianza, ciò non affranca il giudice dal dovere di controllarne le dichiarazioni con impegno assai più solerte e rigoroso rispetto al generico vaglio di credibilità cui vanno sottoposte le dichiarazioni di ogni testimone, specialmente nei reati a sfondo sessuale, dei quali il minore è frequentemente vittima ed il suo contributo non può normalmente essere sottratto alla ricostruzione del fatto, cosicché il giudice deve accertarne la sincerità con l'esercizio di una straordinaria misura di prudenza e con un esame particolarmente penetrante e rigoroso di tutti gli altri elementi probatori di cui si possa eventualmente disporre (Sez. 3, n. 19789 del 28/02/2003, L., in motivazione).


Mentre l'adulto può mentire, affermando qualcosa che sa non essere conforme alla verità, con lo scopo d'indurre gli altri in errore per trarne un vantaggio, il bambino e l'adolescente (quest'ultimo in misura minore) hanno, assai spesso, la singolare attitudine alla fabulazione magica, che è una sorta di credenza assertiva alla quale si abbandonano (per varie ragioni), creando quasi una pseudorealtà (...). Una situazione, perciò, che richiede molta attenzione e un esame penetrante. Ma questo non può significare che l'infanzia e la fanciullezza sono, per definizione, il regno dei bugiardi. Nella letteratura specialistica la regola è che il bambino non è portato ad occultare o a riprodurre falsamente i fatti delle sue esperienze; e che, comunque, quando non vi siano disturbi significativi della crescita, o disturbi patologici (disturbi del comportamento o della personalità, psicosi, o ritardo mentale) la bugia infantile (che, il più delle volte, dipende dalla difficoltà di stabilire una linea netta di demarcazione tra la realtà, l'alterazione della realtà e la tendenza alla riproduzione fantastica) è senza malizia, grossolana, quasi trasparente, sprovveduta e agevolmente smascherabile. Si vuole dire che la tendenza a inventare bugie con una certa abitudine, la c.d. pseudologia, non è propria dei bambini normali, per i quali la bugia non è una menzogna consapevole, ma solo un gioco poco durevole e, nel pensiero degli studiosi, un falso ricordo, una millanteria, un'invenzione su cui magari si crede fortemente, e che svanisce presto con l'affievolimento dell'impulso intenso che l'ha stimolata: perché, essendo in fase di crescita e di formazione della struttura della loro personalità, sono naturalmente incapaci di perduranti distorsioni mitomaniacali, che sono proprie degli adulti con personalità isterica o psicopatica" (Sez. 3, n. 41282 del 05/10/2006, Agnelli, in motiv.), con la precisazione che, in tema di reati sessuali, poiché la testimonianza della persona offesa è spesso unica fonte del convincimento del giudice, è essenziale la valutazione circa l'attendibilità del teste; tale giudizio, essendo di tipo fattuale, ossia di merito, in quanto attiene il modo di essere della persona escussa, può essere effettuato solo attraverso la dialettica dibattimentale, mentre è precluso in sede di legittimità, specialmente quando il giudice del merito abbia fornito una spiegazione plausibile della sua analisi probatoria (Sez. 3, n. 41282 del 05/10/2006, cit., Rv. 235578).


Ribadito che, in tema di violenza sessuale nei confronti diminori, il mancato espletamento della perizia in ordine alla capacità a testimoniare non determina l'inattendibilità della testimonianza della persona offesa, poiché tale accertamento non costituisce un presupposto indispensabile per la valutazione di attendibilità, ove non emergano elementi patologici che possano far dubitare della predetta capacità (Sez. 3, n. 25800 del 01/07/2015, dep. 2016, C., Rv. 267323; Sez. 3, n. 38211 del 07/07/2011, C., Rv. 251381), è stato anche recentemente riaffermato il principio secondo cui, in tema di dichiarazioni rese dal teste minore vittima di reati sessuali, la valutazione della sua attendibilità è compito esclusivo del giudice, che deve procedere direttamente all'analisi della condotta del dichiarante, della linearità del suo racconto e dell'esistenza di riscontri esterni allo stesso, non potendo limitarsi a richiamare il giudizio al riguardo espresso da periti e consulenti tecnici, cui non è delegabile tale verifica, ma solo l'accertamento dell'idoneità mentale del teste, diretta ad appurare se questi sia stato capace di rendersi conto dei comportamenti subiti, e se sia attualmente in grado di riferirne senza influenze dovute ad alterazioni psichiche (Sez. 3, n. 47033 del 18/09/2015, F., Rv. 265528; Sez. 3, n. 24264 del 27/05/2010, F., Rv. 247703).


Le regole dettatedall'art. 192 c.p.p., comma 3, non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell'affermazione di penale responsabilità dell'imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell'attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, cit., Rv. 253214).
Fedeltà coniugale (risarcimento del danno in caso di violazione)
F
La violazione dei doveri matrimoniali non è di per sé fonte di responsabilità aquiliana; la violazione di essi può rilevare qualora ne comporti la violazione di diritti costituzionalmente protetti rispetto alla quale (violazione) può rilevare anche la posizione dell'amante che abbia leso o concorso a violare diritti inviolabili
Cass. civ. Sez. III, 7 marzo 2019, n. 6598

I doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non trova necessariamente sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quale l'addebito della separazione, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell'illecito civile e dare luogo ad un'autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensidell'art. 2059 c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a questa preclusiva.


La mera violazione dei doveri matrimoniali non integra di per sé ed automaticamente una responsabilità risarcitoria, dovendo, in particolare, quanto ai danni non patrimoniali, riscontrarsi la concomitante esistenza di tutti i presupposti ai qualil'art. 2059 c.c.riconnette detta responsabilità, secondo i principi affermati nella sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 delle Sezioni Unite, la quale ha ricondotto sotto la categoria e la disciplina dei danni non patrimoniali tutti i danni risarcibili non aventi contenuto economico.


La violazione del dovere di fedeltà, sebbene possa indubbiamente essere causa di un dispiacere per l'altro coniuge, e possa provocare la disgregazione del nucleo familiare, non automaticamente è risarcibile, ma in quanto l'afflizione superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca nell'altro coniuge, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, primi tra tutti il diritto alla salute o alla dignità personale e all'onore, richiamati del resto nelle stesse prospettazioni del ricorrente.


La risarcibilità di tali violazioni esula e prescinde dall'ambito dei rimedi endofamiliari, quindi da un lato la mera violazione di tale dovere, o anche l'addebito della separazione in conseguenza della violazione di tale dovere non sono automaticamente fonte di responsabilità aquiliana, e per contro l'azione risarcitoria può essere promossa anche autonomamente ed a prescindere dal giudizio di addebito della responsabilità della separazione personale. L'autonomia delle due forme di tutela non implica naturalmente una impermeabilità delle circostanze eventualmente accertate in un giudizio rispetto all'altro, nel senso che i fatti che vengono in considerazione all'interno del giudizio di separazione personale, possono essere gli stessi, per la loro offensività, a rilevare nel diverso giudizio risarcitorio. Il bene tutelato è però diverso: nel primo caso, ad essere invocate sono le conseguenze giuridiche che l'ordinamento specificamente ricollega alla pronuncia di addebito (e che sono, per il coniuge a carico del quale venga presa, l'esclusione del diritto al mantenimento -con salvezza del solo credito alimentare, ove ne ricorrano i requisiti- e la perdita della qualità di erede riservatario e di erede legittimo, con salvezza del diritto ad un assegno vitalizio in caso di godimento degli alimenti al momento dell'apertura della successione -artt. 156, 548 e 585 c.c.-); nel secondo, invece, viene in rilievo il risarcimento del pregiudizio non patrimoniale da lesione di diritti costituzionalmente garantiti.

Il dovere di fedeltà non trova il suo corrispondente in un diritto alla fedeltà coniugale costituzionalmente protetto, piuttosto la sua violazione è sanzionabile civilmente quando, per le modalità dei fatti, uno dei coniugi ne riporti un danno alla propria dignità personale, o eventualmente un pregiudizio alla salute.


In sé, l'amante non è ovviamente soggetto all'obbligo di fedeltà coniugale - il quale riveste un evidente carattere personale -, e pertanto non potrebbe essere chiamato a rispondere per la violazione di tale dovere. Laddove si alleghi, correttamente, che il diritto violato non è quello alla fedeltà coniugale, bensì il diritto alla dignità e all'onore, non può escludersi, in astratto, la configurabilità di una responsabilità a carico dell'amante. Essa, peraltro, potrà essere affermata soltanto se l'amante stesso, con il proprio comportamento e avuto riguardo alle modalità con cui è stata condotta la relazione extraconiugale, abbia leso o concorso a violare diritti inviolabili -quali la dignità e l'onore- del coniuge tradito (si pensi, per esempio, all'ipotesi in cui egli si sia vantato della propria conquista nel comune ambiente di lavoro o ne abbia diffuso le immagini), e purché risulti provato il nesso causale tra tale condotta, dolosa o colposa, e il danno prodotto. In caso contrario, infatti, il comportamento dell'amante è inidoneo a integrare gli estremi del danno ingiusto, costituente presupposto necessario del risarcimento exart. 2043 c.c., avendo egli semplicemente esercitato il suo diritto, costituzionalmente garantito, alla libera espressione della propria personalità, diritto che può manifestarsi anche nell'intrattenere relazioni interpersonali con persone coniugate.

Minori (residenza abituale)
M
Le Sezioni Unite ribadiscono i parametri per l'accertamento della residenza abituale del minore
Cass. civ. Sez. Unite, 28 febbraio 2019, n. 6037

La residenza abituale del minore corrisponde al luogo che denota una certa integrazione del medesimo in un ambiente sociale e familiare, ed ai fini del relativo accertamento rilevano una serie di circostanze che vanno valutate in relazione alla peculiarità del caso concreto, quali la durata, la regolarità e le ragioni del soggiorno nel territorio di uno Stato membro, nonché la cittadinanza del minore, la frequenza scolastica e, in generale, le relazioni familiari e sociali. Per i minori in tenera età (come nel caso concreto), inoltre, deve aggiungersi a quanto innanzi il carattere tendenzialmente stabile di tale permanenza.

Divorzio (modifica delle condizioni)
D
In caso di pensionamento dell'obbligato e di cessazione del divario dei redditi tra le parti, l'assegno di divorzio viene meno
Cass. civ. Sez. I, 5 marzo 2019, n. 6386

Risultano integrati i presupposti per la cessazione dell'obbligo di corresponsione di un assegno di divorzio, avente natura essenzialmente assistenziale, di mantenimento all'ex coniuge essendo sopravvenuta una riduzione della capacità reddituale del coniuge obbligato, conseguente al suo pensionamento (Cass. 8754/2011; Cass. 17030/2014), e risultando il richiedente del tutto autosufficiente economicamente, con eliminazione del divario che in passato aveva giustificato l'attribuzione alla stessa dell'assegno divorzile.